Primavera aquilana

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L’Aquila. 10 mesi dopo il sisma. La primavera comincia con un mese di anticipo. 11 febbraio 2010: in prima pagina dei quotidiani i testi delle intercettazioni telefoniche tra gli imprenditori Francesco Maria De Vito Piscicelli, direttore tecnico dell’impresa Opere pubbliche e ambiente Spa di Roma, associata al consorzio Novus di Napoli e il cognato Gagliardi. “Alla Ferratella occupati di sta roba del terremoto perché qui bisogna partire in quarta subito, non è che c’è un terremoto al giorno”. “Lo so”, e ride. “Per carità, poveracci”. “Va buò”. “Io stamattina ridevo alle tre e mezzo dentro al letto”. L’Aquila viveva il suo giorno più triste. Le intercettazioni sui giornali e il centro storico ancora chiuso da transenne che disegnano la zona rossa presidiata da militari e forze dell’ordine. Impossibile entrare, impossibile vedere in che condizioni siano case, chiese, vicoli e pietre, cornicioni, capitelli, scorci. Impossibile sapere cosa avvenga al di là delle transenne: non si hanno notizie su cantieri, né sulla rimozione delle macerie. Niente. In questo vuoto le risate telefoniche dei due rimbombano, si amplificano, lacerano, feriscono.

La rabbia esplode: domenica 14 febbraio pochi cittadini si trovano in piazza, attraversano il corso, buttano a terra una transenna e invadono la zona rossa. Corrono verso Piazza Palazzo, la sede del Comune, si trovano davanti agli occhi un cumulo di macerie e palazzi lasciati alle proprie lesioni. I timori di un’intera cittadinanza diventano certezza. Un cumulo di macerie alto più di tre metri e lungo più di 20, una collina. Immagini e video che denunciano l’abbandono del cuore civico cominciano a circolare. La rabbia cresce. Chi non c’era capisce che deve andare a vedere. Domenica 21 Febbraio in mille si presentano di buon’ora alla “porta” di Piazza Palazzo: ciascuno appende le chiavi della propria abitazione alle transenne. Si infrange di nuovo la zona off limits, ancora sgomento davanti alla collina di macerie. In quel momento, quasi per scherzo, una voce che dice: “Se non le levano loro, le leviamo noi. Domenica veniamo con le carriole”.

È il 28 febbraio, la domenica delle 6000 carriole… pale, secchi, rastrelli, caschi, guanti… e mani nude, sorrisi, musica… qualche strattone con le forze dell’ordine poste a “difendere” la zona rossa. I cittadini “proprietari” della città entrano comunque. Ore di lavoro, di secchi passati di mano in mano, di materiale differenziato, pietre accarezzate, abbracciate, pulite, strappate al nulla, restituite alla storia, pronte ad essere riutilizzate nella città da ricostruire. In poche ore si dimostra che il materiale da buttare è pochissimo, il resto deve essere differenziato e riutilizzato. È un lavoro da affidare agli aquilani, a quelli che con il sisma hanno perso il proprio lavoro, per esempio. “Le macerie sono una ricchezza, ripartiamo da lì”. Le macerie, i fiori della primavera aquilana. Marzo 2011, il centro storico è ancora chiuso e vuoto, le macerie in molti casi sono ancora lì dov’erano, in altri sono state rimosse. Differenziate? Riciclate? Chissà… Chi era senza lavoro, probabilmente, continua ad esserlo… Sta per tornare primavera, L’Aquila aspetta… dopo la primavera, che arrivi l’estate.

di Claudio Cerasoli – Collettivo invisibile

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