“Io quella notte non c’ero”

Su Facebook, qualche giorno fa, Furbo di Pianola (nickname di un aquilano doc) ha scritto: “Questa esperienza dimostra che il tempo è relativo. Che 20 secondi possono essere interminabili e che 2 anni passano in un secondo”. Impossibile non dargli ragione, soprattutto se sei tra quelli ai quali il 6 aprile 2009 ha cambiato la vita.

Come il Furbo la pensano, sicuramente, tutti quelli che hanno perso parenti e amici, tutte le persone che, in pochi istanti, hanno visto sbriciolarsi la casa e i progetti di un una vita, tutti gli aquilani che, dopo mesi di paure, hanno visto andare in frantumi i simboli delle loro radici.

Io non c’ero quella notte a L’Aquila, ma ricordo perfettamente il boato arrivato fino a Roma, la certezza che il centro del disastro fosse ‘casa’, la telefonata di mia madre che, mente la terra continuava a tremare, pregava me e mia sorella di non tornare, perché “qui crolla tutto”.

Sono passati due anni, eppure non mi sembra. Quando apro la porta di casa, scortata dai vigili del fuoco, quella che mi appare è la fotografia di quella notte. Gli schizzi di pomodoro sul pavimento, i cocci sparpagliati a terra, i letti ancora disfatti, lasciati così. Tutto è rimasto uguale, fissato da quei venti interminabili secondi.

E immobile e fissa è anche la mia città, quella rimasta nascosta agli obiettivi delle telecamere, che attende piena di macerie e di muri pericolanti, silenziosa e spettrale, ma tanto nessuno ci può andare (tranne gli sciacalli, ovviamente…quelli sono liberi di arrivare ovunque).

Le persone sono state costrette a muoversi. Hanno dovuto lasciare i luoghi in cui sono nate e cresciute. Si sono dovute separare da amici e conoscenti, da quella piccola, solida società, dispersa ormai tra alberghi, C.A.S.E e Map. Ma noi continuiamo a crederci e a lottare…

Il terremoto si è portato via una fetta di passato, cancellando monumenti e punti di riferimento, ha rotto il presente, sfilacciando i rapporti sociali, e ha coperto con un manto di detriti e incertezza il futuro di una città che però, nonostante le difficoltà, non vuole scomparire. E non perde la speranza…

* Amalia e Piera Matteucci sono due giornaliste aquilane, vivono a Roma e lavorano a Repubblica.it

Comments
2 Responses to ““Io quella notte non c’ero””
  1. Mammamsterdam scrive:

    Sai che ci pensavo proprio stanotte? Io sono una di quelli che non c’erano e stavo paragonando i miei ultimi due anni al senso di colpa dei sopravvissuti dell’Olocausto. Ci pensavo stanotte perché è venuto a trovarmi l’Artista Borderline, uno degli abruzzesi che hanno perso un pezzo di futuro che si stavano costruendo a San Pio, come io me lo stavo costruendo a Ofena, e per l’ennesima volta siamo riusciti a non parlarne, dicendoci solo che si, siamo stati tanto male pure noi, pensando sempre di non averne il diritto.

    Io e l’Artista Borderline siamo venuti insieme in Abruzzo tra fine aprile e maggio 2009 per capire, vedere, documentare. E ne siamo partiti come fratelli di sangue e nemici per la pelle, ci abbiamo messo dei mesi ad elaborare che ci stavamo facendo da specchio in quel viaggio e che non potevamo vederci, anche se dopo avevamo solo l’uno l’altra per capirci.
    Insomma, i soliti casi che io ci pensavo stanotte e stamattina una conoscente di blog mi segnala questo link. Grazie a lei e a voi tutti.

    Sono percorsi, tutti uguali e tutti individuali alo stesso tempo.

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